Tutta colpa di quel fottuto fortunato fotone

La diagnosi del medico era stata chiara: aveva subito un cosiddetto danno stocastico da radiazioni

 Cura consigliata: tenersi lontano dalle radiazioni, dis-abituarsi all’uso prolungato di apparecchiature tecnologiche di nuova generazione, assoluto riposo.

Tempo previsto di terapia: un certo periodo.

Mason era allibito. Non aveva ancora ben capito come e cosa gli avessero detto. L’avevano portato in quella stanzetta sterilizzata dell’ala sanitaria dell’azienda. Si stava rivestendo lentamente, ma non era calma e self control: i suoi gesti lenti mostravano la sua difficoltà a coordinare i gesti. Da alcune settimane conviveva con uno stato alterato che lo infastidiva: si sentiva rallentato, lavorava a stento, ci vedeva poco, e non coordinava i gesti. E in un laboratorio chimico di una centrale nucleare non era il massimo. 

Trovava spossante ogni attività: per uno come lui, abituato a lavorare molto e a giocare a tennis nel tempo libero, trascorrere i sabato pomeriggio sul divano era improponibile.

Il medico continuava:

<< Mr, dovrà cambiare città, le posso consigliare qualche struttura o zona tranquilla, con aria più pulita di quella di Southport. Che ne pensa? Stia tranquillo. Vedremo come reagirà il suo fisico e studieremo insieme il da farsi. La compagnia non la lascerà da solo, è coperto da un’assicurazione sanitaria formidabile. Vedrà..>>

Mason ebbe il tempo di voltarsi e vedere quello stupido sorriso stampato in faccia al medico che, col suo camice bianco, le tre bic nel taschino e la sua boria non ostentata, disponeva del suo destino.

Assicurazione sanitaria? Che parole inopportune! “Che me ne faccio di un’assicurazione sanitaria? Dovrebbe rallegrarmi pensare all’assicurazione mentre starò a giocare a scacchi in un ospizio coi vecchi?”, pensava Mason mentre finiva di rivestirsi.

Mason aveva 37 anni, di cui 17 passati a lavorare in quella centrale nucleare. L’International Commission on Radioogical Protection aveva assicurato ai neo-assunti in quelle neo-fabbriche che non esisteva alcuna soglia critica di radiazione, che non esisteva alcun reale pericolo, se si fossero rispettati limiti e obblighi di protezione del corpo. Del resto, erano quegli gli anni (i Settanta) durante i quali si dava lavoro e si puntava al nucleare per dare energia a tutto l’apparato tecnologico, informatico e medico americano. La cosiddetta ‘Atomic Age’ aveva firmato l’idea che incidenti nelle centrali nucleari o pericoli per la salute potessero essere solo accidentali e non sistematici: poteva bastare anche solo un evento, un fotone o una particella impazzita a determinare la rottura dei filamenti del DNA e provocare l’inizio di un tumore.

Ma Mason non aveva mai posto l’accento sugli effetti drammatici della cosa. Aveva studiato per poter entrare in un ambiente del genere, aveva vinto concorsi per poter stare in un laboratorio altamente qualificato, dove si utilizzava unicamente le ultime trovate tecnologiche. Fu tra i primi ad entrare nella prima centrale nucleare del North Carolina e ad usare il floppy disk.

Mason strinse la mano a quel borioso camice bianco e lasciò il polo di assistenza medica della centrale nucleare.

Aveva il resto del giorno libero. Si diresse a casa.

Non abitava molto lontano dall’azienda: aveva scelto, come molti altri, un appartamento in un grattacielo sorto lì nei paraggi, per comodità dei dipendenti del polo nucleare.

Gli bruciavano gli occhi, gli pizzicavano le palpebre da qualche settimana, era difficile anche riposare. Una volta nell’appartamento, si buttò sul divano.

Stava squillando il telefono, alzò la testa, poi si ricordò le parole del medico “lontano dagli apparecchi tecnologici, qualsiasi radiazione anche la più blanda e a bassa frequenza, poteva aggravare il suo stato..”

Non si alzò a rispondere. Si voltò dall’altra parte e provò a riposare.

(Continua)

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Marina

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Author: iovorreiscrivere

Hi!
Nero su bianco. E’ tutto qui.
Ci ho pensato tanto, ho imboccato un sacco di strade. Poi mi sono fatta coraggio e ho aperto il blog.
E’ per te che vuoi condividere.
E’ per te che ti senti inadeguato.
E’ per te che credi di non aver posto.
Insieme potremmo inventarci una strada adatta a noi.
Ti chiedo uno strumento solo: la scrittura.

Keep calm and write
Marina

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