Tutta colpa di quel fottuto fortunato fotone (4a parte)

[…]

Erano già passate due settimane, la routine Amish era dura, ma molto intuitiva per Mason. Abituato a darsi da fare, a trovare un equilibrio nelle sue formule chimiche, a non lasciare niente al caso, Mason si era inserito facilmente nelle mansioni della comunità di St Jacobs. Aveva noiosi problemi alla schiena, che lo costringevano a stendersi per riposare qualche ora nel primo pomeriggio, la vista non dava segnali di miglioramento, mentre le vertigini e il mal di stomaco sembravano quasi spariti.

Mangiava tutto ciò che gli veniva offerto: erano grandi porzioni e i sapori erano molto più forti di quelli mai provati in vita sua. Trovava ancora difficile stare al tavolo in silenzio, e si voltava ad ogni suono: le cucchiaiate di legno dei commensali, le sorsate d’acqua dai bicchieri di vetro, lo schioppettare incessante del fuoco.

Rumori. Rumori nel silenzio della mente. Sì, pensava meno e dormiva meglio. Aveva sentito la sua famiglia solo un paio di volte (era dovuto recarsi in città ad un telefono pubblico), mentre i medici dalla clinica lo tenevano sotto osservazione. Ogni due giorni, un medico della zona verificava il suo stato: misurava la pressione e la temperatura; si occupava dei prelievi dei suoi fluidi corporei e gli procurava le medicine.

A causa delle sue minorazioni fisiche, Mason non aveva potuto scegliere le mansioni, gli era stato difficile poter seguire il passo nei campi, quindi era rimasto a casa, dove si occupava del fuoco e della legna giornaliera e frequentava il fabbro. Si occupava di accendere e spegnere i lumi lungo le due vie principali e guidava il buggie!

L’aveva trovato ridicolo il primo giorno che vi era salito, poi Mason non ne aveva più fatto a meno! Andava in città solo sul calesse: nonostante il molleggiare continuo a bordo, la schiena non ne risentiva e l’aria sotto al berretto di lana era piacevole. 

Un giorno, di ritorno da una commissione, Mason stava provando nuove forme di attacco delle briglie, che gli avevano suggerito gli altri per far andare più spedito il cavallo. Era così preso che non si accorse della donna in strada. Il cavallo, più esperto del nostro Mason, stava rallentando il trotto e avanzava piano accanto alla donna, per dare il tempo a Mason di accorgersene. <<Si fermi, per favore>> urlò la donna.

Fu allora che Mason alzò lo sguardo e venne accecato da un bagliore di luce dritto negli occhi. Sentì un dolore fitto agli occhi, di riflesso alzò la mano per tapparseli, ma si dimenticò delle briglie.

Il cavallo si imbizzarrì, tirò su le zampe anteriori, Mason cadde di lato. Dritto nel fango.

<<Oh, mi scusi. Si è fatto male? Avevo solo bisogno di un passaggio fino a casa! Signore? Mi sente?>> La giovane donna si stava avvicinando a lui, teneva le braccia dritte davanti a sé e cercava a tentoni la presenza dell’uomo del calesse.

Ma è ceca! Meno male! Non avrà visto che sono caduto nel fango! Che sfigato che sono! Ma che pensi, stupido, alzati prima che capisca! Com’è bella, però!”, pensava mentre si contorceva in silenzio nel dolore provocato dalla caduta. Era in preda ad un imbarazzo tremendo: si tirò su e disse: <<Tutto bene, non si preoccupi, venga l’aiuto a salire. Lei abita al distretto di St Jacobs non è vero?>>

Era chiaramente un’Amish, indossava un abito lungo, ricco di dettagli, e lungo fino ai piedi. Aveva lunghi capelli neri raccolti in due trecce tenute insieme da un fermaglio. Gli occhi erano blu. Aperti, bellissimi.

Guardavano oltre.

Era bellissima.

(Continua)

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Marina

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Author: iovorreiscrivere

Hi! Nero su bianco. E' tutto qui. Ci ho pensato tanto, ho imboccato un sacco di strade. Poi mi sono fatta coraggio e ho aperto il blog. E' per te che vuoi condividere. E' per te che ti senti inadeguato. E' per te che credi di non aver posto. Insieme potremmo inventarci una strada adatta a noi. Ti chiedo uno strumento solo: la scrittura. Keep calm and write Marina

6 thoughts on “Tutta colpa di quel fottuto fortunato fotone (4a parte)”

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