Il pettinino dimenticato (5a parte)

Polvere d’oro, rame, polvere di gesso, pasta di Rhus (o lacca di Urushi), l’antica pianta giapponese di cui si era rifornito settimane prima a casa della signora Nori, del buon vino. Non gli serviva altro. Dopo una giornata pessima a lavoro, Kaoru era deciso a riparare le crepe del pettinino di Mina che si era rotto per strada un po’ di tempo prima, quando si erano scontrati.

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Tutta colpa di quel fottuto fortunato fotone (5a Parte)

[…]

Mason era stato costretto a tornare a Southport. Dopo la caduta in calesse, la sua vista si era ulteriormente abbassata. Era chiaro che i medici brancolassero nel buio, lo vedeva dalle loro facce: non potevano recriminargli niente. Aveva seguito la cura (per lo più): Non toccava telefoni, televisori, motori, radio, agenti chimici da settimane.

Eppure il suo corpo pareva non reagire.

Gli avevano proposto una strada alternativa: se il riposo e l’astinenza dalle radiazioni non era servita, allora gli proposero un’overdose, cioè una terapia radioattiva per alterare lo stato malato del suo attuale sistema fisico, nella speranza che il suo corpo imboccasse la via opposta, cioè la guarigione.

Mason imprecò, rovesciò il vassoio con quell’insipida e incolore brodaglia che era il suo pranzo e lasciò la clinica.

Cosa aveva fatto di male per meritarsi una fine del genere? Doveva solo aspettare di diventare cieco, che il suo midollo fosse praticamente inutile e morire al primo raffreddore! Ah, se avesse saputo il suo destino avrebbe vissuto di sesso e droga! Non gli faceva più neppure sorridere il suo prodigo ottimismo.

Aveva bisogno di credere che niente era cambiato, che er sempre lui, doveva sentirsi bene. Doveva sperare che avrebbe potuto farcela.

Comunicò alla clinica che avrebbe continuato la terapia a St Jacobs. Prese il primo treno e poi si rimise sul calesse.

Molly l’aspettava. Glielo aveva promesso che sarebbe tornato, non doveva sentirsi in colpa: non era di certo stata colpa sua che era caduto da cavallo! Era colpa di quel fottuto fotone fortunato che gli aveva alterato il suo DNA.

Arrivato in comunità, posò le poche cose che aveva con sé e si recò per la cena a casa di Abram. Sì, aveva abbandonato del tutto l’idea di cucinarsi da solo nella sua casa: la sola idea di accendersi il fuoco per far bollire del latte gli faceva ribollire il sangue in un istante!!

La tavola era pronta, Mason si mise a sedere senza parlare, non era il momento per chiacchierare, era il tempo di cenare e godere del cibo che Dio aveva donato loro. “Porca miseria sono diventato bravissimo!”, tratteneva un sorrisetto compiaciuto mentre si versava la zuppa.

Molly era al suo posto. Bellissima. Lì, in quel momento nessuno avrebbe detto che non vedeva: aveva abbinato quei colori sulla tavola in modo magistrale, si muoveva agilmente tra una ciotola e l’altra e si voltava precisa per rispondere ad un interlocutore. 

Non le aveva mai chiesto da quanto e perché fosse cieca, le era mancato il coraggio. Molly era solare e giorno dopo giorno serviva Dio con il suo quotidiano; si recava al più vicino centro di riabilitazione per non vedenti, dove imparava a sfruttare gli altri sensi, e poi tornava a casa dove onorava suo padre.

No, basta Mason, sei diventato un moralista! Sapresti condurre un sermone in chiesa!” si diede uno schiaffo morale, che provocò in lui un sorrisetto, un po’ meno trattenuto del precedente, e continuò a mangiare.

<<Ti vedo sorridente>>, disse Abram, quasi a fine pasto, <<Com’è andata nel SouthCarolina?>>

<<Malissimo>>, disse Mason, <<per questo sono potuto tornare al distretto! Ho bisogno di altro tempo, se me lo permetti Abram.>>

<<Sei un caro ragazzo, lavora giorno dopo giorno, fai il tuo, non crederti in grado di meritare niente, nessun privilegio e nessuna salvezza. L’uomo non è alla portata di tanta grazia, nessuno conosce l’operare di Dio..>>,

<< Non devo compiacermi del mio fare, essere misurato, non eccedere, stare attento ai bisogno della comunità e servire l’altro come servirei me stesso.>> Aveva proseguito Mason.

Tutti tacquero.

(Marina)

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Marina

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Tutta colpa di quel fottuto fortunato fotone (3a parte)

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Si svegliò con il bussare insistente di qualcuno alla porta. Si tirò su dal letto rabbrividendo: abituato al riscaldamento acceso al mattino, non pensava di ghiacciare così in fretta fuori dalle coperte. Aveva fatto fatica ad addormentarsi a causa dell’abbaiare insistente dei cani e dall’incessante cantare del gallo.

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Assertività: in che modo ti prendi il tuo spazio?

E’ appena venuta a trovarmi mia sorella. E’ stata in casa da me per qualche giorno. Sono state delle giornata bellissime, intense. Insieme, abbiamo fatto passeggiate, chiacchierato, confabulato, raccontato, confrontato idee, scambiato trucchi e profumi…sorelle.

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Il piccolo Nelson (parte seconda)

[…]   Era ancora in piedi sulla sedia e cercava di ricordare il numero, ma nessun numero di telefono gli veniva in mente, che strano. Nelson cominciava ad allarmarsi, era ancora mattina, la mamma sarebbe tornata solo nel primo pomeriggio, Che fare?

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