Il pettinino dimenticato (3a parte)

La mattina successiva, Mina accompagnò la figlia all’asilo, la baciò fino a soffocarla <<Mamma mi consumi così!>>, la serenità di Ester la rincuorava sempre.

Poi si diresse a lavoro. Era presto, in ufficio non c’era ancora nessuno. Si avvicinò alla sua scrivania e accese il computer. Mentre si piegava per riporre la borsa, qualcuno le afferrò i fianchi e iniziò a strusciarsi su di lei.

Le gelò il sangue, si sentì quasi svenire, era come bloccata, non POTEVA muoversi. <<Ti avevo avvertita di non mettere profumi né gonne, giochi col fuoco, lurida donna! Comincio a credere che ti piaccia essere trattata in questo modo, mi provochi vero? Ti faccio vedere io>>, si stava frettolosamente slacciando i pantaloni, quando si udirono delle voci nell’ascensore.

Lei rimase in quella posizione ancora qualche altro secondo, prima di capire che era libera di muoversi.

Cominciava un’altra giornata.

Produsse poco e non convinse nessuno, quella mattina proprio non andava. Non riusciva a concentrarsi, il signor Watanabe mancava, quindi c’era più confusione del solito attorno a lei. E Mirko, il braccio destro del capo, adorava approfittarsene. Le aveva assegnato tutta la giornata di guardia e l’aveva costretta ad uscire per procurare il pranzo a tutti. Non c’era una gerarchia vera e propria in quell’ufficio, lei lo sapeva, avrebbe potuto denunciarlo. Ma si sentiva in colpa. La prima volta che era successo lei era consenziente, o quasi, poi presa dai sensi di colpa si era rifiutata di continuare con quelle squallide carezze. Ma Mirko l’aveva già fatta a pezzi, mangiata e rivomitata. Perso nel suo ego maschilista, Mirko aveva già pronte tutte le parole per farla sentire in colpa e per farla cacciare dall’ufficio.

Correva lungo le strisce pedonali per far prima, si sentiva stupida ad aver accettato di uscire per comprar panini, avrebbe potuto chiamare un take away. Pensava al fatto che se tutti se ne fossero andati, quel pomeriggio sarebbe rimasta da sola con Mirko. Doveva preparare le sue cose e andarsene, non era lui il capo , poteva rifiutarsi. BOOM!

Inciampò in qualcuno e si ritrovò a terra sul marciapiedi. La spalla che aveva urtato le doleva. Che giornataccia! Chi diavolo camminava alla cieca? A terra accanto a lei c’era il suo capo.

Kaoru aveva un impegno quella mattina, quindi sarebbe mancato dall’ufficio. Aveva lasciato le consegne a Mirko. Non le piaceva molto quel ragazzo, ma gli avevano consigliato di affidarsi a lui in quella sede di New York. Quella mattina, finalmente, avrebbe portato i suoi ultimi lavoretti alla signora Nori. Prese le scatoline, le caricò in macchina e lasciò che l’autista si prendesse il giorno libero. Da che era a New York, ed erano più di 20 anni, Kaoru non vedeva l’ora di mettersi in strada verso le West Hills. Poco traffico e un po’ di verde; silenzio e colori; un toccasana per la sua anima. Conciliare ciò che era con ciò che doveva essere era la sua grande sfida ogni giorno. La signora Nori l’aveva capito subito ciò che gli serviva: l’aveva per caso conosciuta durante una delle sue passeggiate in quelle foreste: aveva origini giapponesi anche lei e curava un piccolissimo tempio buddista su in cima. Era lei che le aveva insegnato l’antica arte del kintsugi, cioè l’arte di riparare le cose, riparare le cose con l’oro. Le aveva detto che niente si rompe, neppure l’anima, tutto si può risistemare. E certo, non sarà uguale a prima, ma avrà addirittura più valore perché hai impiegato tempo e amore per ripararla.

Era partito prima dell’alba ed era arrivato lassù prestissimo. Prese i suoi lavoretti, si inchinò di fronte alla signora e le passò i vasi riparati. Era diventato piuttosto bravo, e grazie anche ai suoi lavori, la donna guadagnava qualcosa. Non aveva mai accettato soldi da Kauru, perché non ne aveva bisogno, ma quel gesto era una sorta di preghiera che il ragazzo faceva al tempio, e nessuno può rifiutare un simile gesto.

<<Signora, avrei bisogno di un po’ di Rhus per cortesia. L’ho finita ieri sera. Come stanno le piante? >>, <<te ne avevo già preparata un po’, immaginavo te ne occorresse. Le piante crescono, non aver paura Kaoru, dovessero morire, troveremo altri modi per creare collante. Troverai altri modi per trovar pace. Non lasciare che niente prenda il posto della forza e coraggio che hai DENTRO di te. Niente è per sempre, tutto si rigenera. Tutto si risolve in altre strade>>.

Kaoru aveva Mina di fronte a sé, per terra. Si alzò e le allungò una mano per aiutarla a tirarsi su. Lei, incredula, rossa di vergogna, si mise in piedi da sola, facendo finta di non notare quella mano tesa. <<Non so che dire, sono un disastro>>. Non ci voleva proprio, quella giornata doveva finire e subito. Come minimo sarebbe stata licenziata.

<<Tutto bene Mina? Avete uno sguardo torvo?>>

Sapeva il suo nome! Ma, ancora meglio, era arrivato e Mirko non le avrebbe potuto far del male. Almeno oggi.

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Marina

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Author: iovorreiscrivere

Hi! Nero su bianco. E' tutto qui. Ci ho pensato tanto, ho imboccato un sacco di strade. Poi mi sono fatta coraggio e ho aperto il blog. E' per te che vuoi condividere. E' per te che ti senti inadeguato. E' per te che credi di non aver posto. Insieme potremmo inventarci una strada adatta a noi. Ti chiedo uno strumento solo: la scrittura. Keep calm and write Marina

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